Molti messinesi non ci fanno più caso, altri non danno importanza alle lapidi commemorative, i più giovani sono distratti dal malcostume mediatico-televisivo, solo qualche vecchio ricorda ancora quel che successe a Messina il "7 marzo 1947" in piazza dell'Unità d'Italia, di fronte alla Prefettura. La stampa cittadina e le istituzioni locali avrebbero il dovere di ricordare ma non lo fanno, alcuni giornali ne raccontano di tanto in tanto qualche passaggio, ma la storia resta sconosciuta alla cittadinanza.
E allora bisogna raccontarla questa storia!
Era una mattina tiepida, quasi primaverile quella del 7 marzo 1947, quando davanti alla Prefettura di Messina, lavoratori e sindacalisti, si erano radunati per protestare contro l'applicazione delle nuove imposte di consumo a carico dei generi di prima necessità e per la mancata osservanza del contratto nazionale, che stabiliva un aumento del 15% ai lavoratori dell'industria. In quegli anni Messina, città martire e medaglia d'oro, si stava lentamente risollevando dalle macerie della guerra. La Camera del Lavoro ed i comunisti di Messina, che vantavano nella loro tradizione uomini del valore di Francesco Lo Sardo e Umberto Fiore, si stavano pian piano riorganizzando, e quella mattina erano riusciti ad indire un'imponente manifestazione di protesta. Una manifestazione che vide l'adesione compatta del settore metallurgico, meccanico, edile e chimico, e con loro disoccupati del settore cantieristico e circa 3.000 impiegati del Genio Civile che nei giorni precedenti avevano avuto degli scontri con la celere durante alcuni scioperi. Quel giorno la città mostrava un volto inusuale: negozi chiusi e poche persone per le strade. Soltanto da via Santa Cecilia, si udiva provenire un rumore sempre crescente. E' lì infatti che si erano dati appuntamento i lavoratori, che dalle otto del mattino continuavano ad affluire verso il viale San Martino, poi, sempre più ingrossandosi, verso l'altra grande arteria della città, la via Garibaldi. Alle 11.00, 50.000 lavoratori avevano invaso con le loro bandiere rosse la piazza delle Prefettura. Nel frattempo una delegazione di lavoratori e sindacalisti, cercava di farsi ricevere dal Prefetto, che peraltro si era dichiarato indisponibile a qualsiasi incontro. Quando da uno dei balconi s'affacciò il viceprefetto Castrogiovanni, i dimostranti, secondo quanto riferisce la stampa, iniziarono una fitta sassaiuola, e da quel momento in poi gli eventi precipitarono drammaticamente. A fomentare le agitazioni vi erano, come ricorda il giornalista Sergio Palumbo in una sua inchiesta sulla Gazzetta del Sud, anche gruppi di provocatori monarchico-fascista e alcuni agenti infiltrati. Nessuno riusciva più a riportare la calma. I lavoratori, esasperati, si muovevano come un flusso nervoso di marea. Di fronte a loro, nel panico più totate, le forze dell'ordine avevano perso completamente il controllo della situazione.
Fu a questo punto che un capitano dei carabinieri diede l'ordine di aprire il fuoco sui manifestanti al grido di "Avanti Savoia". In terra rimasero feriti a morte, il commerciante di calzature Giuseppe Maiorana di 41 anni, ed il manovale Biagio Pellegrino di 34 anni, padre di 4 figli. Entrambi militanti del PCI. Tra i feriti più gravi vi fu anche l'operaio Giuseppe Lo Vecchio di 19 anni, che morirà dopo dieci giorni di agonia. Lo scontro registrò infine una trentina di feriti tra i manifestanti e forze dell'ordine, tra cui sei carabinieri, uno dei quali riuscì a sfuggire ad un tentativo di linciaggio. Il notiziario di Messina dell'8 marzo 1947, presentò la vicenda con poco risalto, mentre a livello nazionale i fatti ebbero ampia risonanza. Lunedì 10 marzo fu il giorno dei funerali.
In piazza Cairoli, cuore della città, 80.000 messinesi aspettarono in silenzio il passaggio dei feretri di Giuseppe Maiorana e Biagio Pellegrino, mentre Giuseppe Lo Vecchio era agonizzante in una corsia dell'ospedale Regina Margherita. Le bare sfilarono avvolte nel tricolore e nelle bandiere rosse. Su quella di Biagio Pellegrino, qualcuno depose il pezzetto di pane che gli era stato trovato in tasca il giorno dell'eccidio. Dopo lacommossacommemorazione popolare, si aprì il capitolo giudiziario che fu lungo e doloroso. Il processo venne celebrato nel 1954 e l'avvocato Cappuccio, una delle bandiere più fulgide della sinistra messinese, assunse la difesa di parte civile delle famiglie dei dimostranti uccisi. Dopo 7 anni di istruttoria, la procura di Messina chiese il rinvio a giudizio dei carabinieri ritenuti responsabili dell'eccidio. Tutto il processo si svolse in un clima teso, dopo che il ministro degli interni Mario Scelba rifiutò di fornire all'autorità giudiziaria gli atti della inchiesta svolta dall'ispettore Mormile. " I giudici scrive l'avvocato Cappuccio, in quell'occasione dimostrarono tutte le loro incondizionate acquiescenze al Potere". Ci fu addirittura un arresto in aula, richiesto da p.m. Rocco Scisca, e ordinato dal presidente della corte Carlo Sgrò, ai danni di un operaio accusato di oltraggio ad un commissario, per avergli dato del bugiardo. Il processo andò avanti tra reticenze, cavilli legali e testimoni non creduti. Fu presto chiaro che in quell'aula tutto si sarebbe fatto fuorchè stabilire la verità e dare giustizia ai parenti delle vittime. La conclusione fu ovviamente di assoluzione dei carabinieri e dei poliziotti per non aver commesso il fatto. La morte di Giuseppe Maiorana, Biagio Pellegrino e Giuseppe Lo Vecchio restò pertanto un "fatto accidentale". Macchia sanguinosa della Messina che si stava riprendendo faticosamente dalle ferite della guerra.
Questo tragico evento segnò la città, ed una lapide posta soltanto nel 1987 senza inaugurazione lo ricorda.
Emanuele Ferrara
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