Di Andrea Freni
2a parte – Dal Medio Evo al NovecentoÂ
A partire dai primi secoli del I millennio D.C. il settore tessile conobbe un periodo di grande fermento; la qualità generale delle vesti aumentava anche per le popolazioni meno agiate (per quanto l’abbigliamento di lusso restava pur sempre appannaggio dei ceti più abbienti).
A partire dal ‘400 le figure di tessitori, sarti e commercianti di tessuti assunsero
sempre più rilevanza.
Pizzi, merletti, velluti, tessuti raffinati diventarono la rappresentazione concreta di un fasto dell’abbigliamento sempre più rappresentativo della ricchezza e del potere delle classi nobiliari, facendo ulteriormente avanzare l’abbigliamento da simbolo di appartenenza a vero e proprio ornamento.
Le corti seicentesche, dal ciambellano al principe, sono un esempio dell’ulteriore balzo in avanti compiuto dall’abbigliamento – ornamento.
La storia dell’abbigliamento segue, dunque, sia il ritmo della evoluzione umana che di quella tecnologica, in particolare (dal consolidamento dell’arte delle tessitura in poi) quella dei telai; a tal proposito nel 1790, nel contesto storico della Rivoluzione industriale, Joseph Marie Jacquard inventò l'omonimo telaio che permise di aumentare sia la precisione sia la velocità di produzione dei tessuti.
L'evoluzione tecnologica si estese di riflesso anche ai filatoi ed il mercato del vestiario fu letteralmente investito da una crescita inarrestabile; la produzione tessile, sempre più meccanizzata e razionalizzata, raggiunse dimensioni notevoli, rendendo l'industria dell'abbigliamento la più sviluppata del periodo.
A cavallo tra il Settecento e l'Ottocento il settore abbigliamento fu in grado si soddisfare le richieste, oltre che delle classi più abbienti, anche della media e bassa borghesia.
Durante il XIX secolo cominciarono ad apparire quelle tipologie di vestiti utilizzate tutt'oggi: aderenti al corpo, con le maniche, leggeri o pesanti, con stoffe prevalentemente scure; il miglioramento delle condizioni igieniche, assieme a quelle economiche, permise ad una buona parte della popolazione europea ed statunitense di indossare la biancheria intima.
Un ulteriore passo in avanti si ebbe con l’avvento della macchina da cucire nel 1842, dovuto alla straordinaria intuizione di John J. Greenough, grazie alla quale gli indumenti potevano essere confezionati ancor più velocemente e con un notevole risparmio di denaro ma, soprattutto, permetteva di poter realizzare in serie i vestiti.Il passo successivo no poteva essere che quello della creazione di centri industriali tessili e di grandi magazzini per la vendita dei propri prodotti.
Restava comunque il fatto che, nonostante il progresso ottocentesco corresse velocemente, per tutto l’ottocento e parte dei primi del novecento, il “guardaroba†(composto da tre o quattro abiti al massimo) potevano permetterselo solo le classi più ricche.Il ventesimo secolo non fu di certo un secolo caratterizzato dalla frivolezza e dalla spensieratezza;  i due conflitti mondiali ed i relativi periodi di dopoguerra lasciarono una profonda crisi economica, sociale e culturale.
Ciononostante la voglia di ricostruirsi una vita e di respirare benessere convinse le persone che era giunto il momento di non doversi più accontentare di lana riciclata e di scarpe in sughero.
L’ottimismo venne colto al volo dalle industrie tessili che si riorganizzarono velocemente offrendo una vasta scelta di abiti da sogno quali tailleur, abiti, cappelli, scarpe.
L’abbigliamento moderno rispondeva anche alle esigenze sportive (jogging, sci), lavorative (tute da lavoro, camici professionali) e domestiche (pigiami); giungono le prime fibre sintetiche meno costose e più sfruttabili.
L’ormai pratica quotidiana di abbigliarsi induce i grandi imprenditori tessili a differenziare ulteriormente la propria produzione concentrandosi sulle esigenze dei più ricchi che, in quanto tali, erano maggiormente predisposti a spendere cifre più alte per abiti esclusivi; si consolidò così in Francia e in Italia la prassi di produrre abiti lussuosi destinati a coloro che potevano permetterseli.
Si perfeziona una nuova figura professionale, quella dello stilista che da lì a poco avrebbe raggiunto il massimo della notorietà attraverso veri e propri eventi organizzati per mostrare il proprio lavoro, ossia, le sfilate di moda.
Città come Milano, Firenze e Roma diventarono da subito i tempi eletti della moda e le sfilate, più che eventi dedicati alla presentazione di capi d’abbigliamento, rappresentano veri e propri eventi sociali riservati ai salotti bene.
Il desiderio di indossare anche se per una sola volta il capo di un grande stilista pervade ogni generazione; l’essere disposti a fare follie pur di acquistare capi firmati indusse gli stilisti a riconsiderare gradualmente lo status delle proprie creazioni.
Si assistette così ad un progressivo declassamento, a partire dalla seconda metà del novecento, delle haute couture a vantaggio di un moda meno formale ed impegnativa.
Nacque così l’abbigliamento casual, votato essenzialmente al confort e alla espressività personale.Il casual rappresentò una vera e propria fucina di innovazioni da cui si generarono l’utilizzo di gioielli maschili e stili impensabili prima di allora come l’Hip Hop, il Punk, ecc.
Ciò, per quanto opinabile, si deve al fatto che il novecento, in fondo, fu un secolo straordinario che ha portato la generazione di quelli anni ad essere letteralmente travolta dalla sirena di innovazione, con l’effetto di cancellare tutto quanto costruito in passato a vantaggio di un nuovo approccio e di un nuovo stile orientato al futuro.

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