Quasi tutti gli atenei universitari italiani sono in subbuglio, la protesta contro la riforma Gelmini ha previsto il blocco didattico, che ha causato il rinvio delle lezioni. Ma il Senato Accademico è stato chiaro, nessun ateneo dovrà far proseguire il blocco oltre il 15 Ottobre.
Già sono arrivate alcune proteste da chi non ascolterà l’avvertimento: il Preside della Facoltà di Farmacia a Milano non inizierà le lezioni prima del 25 ottobre. Gli altri atenei stanno ancora decidendo cosa fare, atenei come quello di Messina, che ieri, 30 Ottobre, si è riunito nell’aula della biblioteca centralizzata della Facoltà di Scienze, per discutere riguardo i motivi che hanno spinto l’università a mobilitarsi.
Il timore di ricercatori, professori, precari e studenti è che la Riforma Gelmini faccia precipitare l’università pubblica nel baratro: trasformare un servizio pubblico in un un’azienda, che come tale dovrà prendere le sue decisioni, a scapito di chi, con la ricerca e la cultura vive e fa prosperare il paese. I tagli decisi impediscono ai laboratori di funzionare correttamente, impediscono un corretto utilizzo di strutture per le quali gli studenti hanno pagato tasse salate, licenziano ricercatori senza i quali centinaia di ore di lezione non potranno più essere svolte, cosa ne resterà dell’università pubblica?
Ieri, durante l’assemblea, sono intervenuti Adriana Ferlazzo, Presidente dell’associazione UniLab, Nunzio Miraglia, coordinatore nazionale dell’ANDU, e alcuni altri esponenti di rilievo nel nostro Ateneo, con lo scopo di informare e spiegare quali sono i motivi che li hanno spinti a creare un disagio così rilevante, e con la speranza che un movimento di gruppo possa impedire che la Riforma venga approvata.


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