di Fabio Bonasera
“Scusi, è da tanto che aspetta?”. E’ una domanda frequente, a Messina. Una domanda espressa secondo l’idioma locale, certo. Magari, un milanese chiederebbe: “Scusi, aspetta da tanto?”. Ma la sostanza non cambia. La sostanza porta con sé l’odore, l’essenza della città dello Stretto. Dei suoi pregi e delle sue ataviche croci. Sì, perché “è da tanto che aspetta” è una domanda buona per tutte le stagioni e per tutte le occasioni. La si può sentire alla fermata degli autobus o del tram, in fila agli sportelli pubblici o al collocamento. Dove c’è gente in attesa da tanto tempo di un posto di lavoro e di una speranza. La si può ascoltare anche a proposito del famigerato ponte. Una sorta di araba fenice, di cui tutti parlano senza che nessuno l’abbia mai vista. Da almeno mezzo secolo a questa parte. Del resto, questa costante attesa di tutto ha educato i messinesi alla pazienza, probabilmente anche all’indolenza. Al punto da rischiare di scadere spesso nella rassegnazione. Così, affinché questo ponte sullo Stretto non si trasformi a sua volta in un’occasione di sviluppo persa, la Provincia ha deciso di virare, prima che sia troppo tardi, cercando di riappropriarsi del proprio territorio, in un modo o nell’altro.

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