di Francesco Leone
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Sergio Marchionne è nato a Chieti; si è laureato in Giurisprudenza, in Filosofia, e vanta una laurea honoris causa in Ingegneria gestionale. Ha, inoltre, inseguito un MBA, il più importante dei master internazionali per chi studia economia, presso la University of Windsor, in Canada, dove ha vissuto dai 14 anni in poi. Questo è solo il curriculum accademico dell’attuale Amministratore Delegato della più importante fabbrica automobilistica italiana.
Marchionne è oggi un manager capace, fantasioso, tenace, diretto, spesso rude nella sua sincerità e con uno sguardo sempre rivolto al futuro ed al bene dell’azienda che amministra, la FIAT. Un ottimo manager. Un extraterrestre per gli standard manageriali italiani.
Come sempre, però, non è tutto oro quel che luccica. La FIAT, è bene saperlo, è ancora lontana dall’essere la società perfetta che i Tg nostrani dipingono. I principali problemi non ancora risolti –anche se i titoli in borsa continuano a salire- sono il forte indebitamento ed una insufficiente produzione di vetture. La casa torinese, nonostante la possibile fusione con Chrysler, resta ancora troppo piccola per competere con i grandi player mondiali e, senza un aumento delle vendite e della capacità produttiva, rischia di sparire.
Qualche giorno fa Marchionne ha scatenato un’enorme polemica per avere affermato che il quartier generale della FIAT sarà spostato a Detroit, sede storica della Chrysler. Questa “frase peccaminosa” è stata quasi subito ritrattata con un “nulla è stato ancora deciso”.
Ma cosa ha detto di strano? Perché un’ambiziosa industria automobilistica dovrebbe avere il suo centro decisionale nella provincialissima Italia e non negli Stati Uniti? Perché restare in un paese come l’Italia dove tutto è un problema, la produttività dei lavoratori è bassa ed i costi, del personale e delle tasse, sono alti? Marchionne, forse qualche politico lo dimentica, non è la Croce Rossa e non è colpa sua se l’Italia è un paese poco attraente dove è difficile fare attività di impresa.
Un solo esempio per tutti: in Italia i lavoratori della FIAT hanno fatto continui scioperi per la perdita di alcuni diritti previsti dal contratto nazionale.
In America, ai lavoratori della Chrysler hanno, da un giorno all’altro, più che dimezzato gli stipendi. Roba da scoppio di una guerra civile. E cos’hanno fatto gli americani? Non hanno scioperato neanche un giorno e - parole loro - “ringraziano il cielo che esista Marchionne”.
Questa è la fondamentale differenza tra le due nazioni. Per il lavoratore italiano il posto fisso a tempo indeterminato è un diritto –come lo era 30 anni fa- mentre il lavoratore americano più pragmatico e dinamico sa benissimo che, in questo periodo, lavorare è un privilegio.
Nei prossimi giorni diranno che “ovviamente” la FIAT rimarrà in Italia ma, se lo faranno, voi non credeteci.

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