Tanto rumore per nulla, verrebbe da dire, stando ai numeri della manifestazione contro il Ponte sullo Stretto. Solo un migliaio di persone, a Messina, ieri, hanno sfilato in corteo attraverso le principali vie del centro. Niente bandiere, né simboli di partiti, sindacati o associazioni. Solo striscioni e lo slogan “i soldi del Ponte per la messa in sicurezza del territorio”.
La rete No Ponte chiede, infatti, di dirottare i soldi dell’imponente manufatto per il recupero delle zone colpite, il primo ottobre 2009, dall'alluvione che ha ucciso 37 persone, provocando danni ingenti. “Il Ponte solo nell'ultimo anno - dicono - è già costato ben 110 milioni di euro mentre restano bloccati dal Governo i fondi Fas destinati agli alluvionati. Anche sul piano occupazionale - sostengono - dei 125 addetti alle trivellazioni e carotaggi, che si stanno effettuando in città, solo 6 sono messinesi mentre un centinaio di posti di lavoro si sono persi con la chiusura dell'Officina Grandi Riparazioni Ferroviarie. I costi del Ponte, e soprattutto le opere collegate, sono poi lievitati da 6 miliardi e 300 milioni a 10 miliardi ed ancora non è stato presentato il progetto definitivo della mega opera da parte di Eurolink, il General Contractor per conto della società Stretto di Messina”.
Ragionamenti, quelli dei manifestanti, che meritano di essere di certo approfonditi. In questa sede, tuttavia, una considerazione va fatta: sfilare senza il sostegno dei partiti – quelli di centrosinistra chiaramente – e dei sindacati è un segno importante di come si vogliano evitare certe strumentalizzazioni. L’altra faccia della medaglia è che, proprio rifiutando loro questa opportunità di usare temi legati alle necessità reali del territorio e della gente per i propri fini propagandistici, si finisce per venire boicottati, ritrovandosi in quattro gatti. Probabilmente anche questi sono i rischi della cosiddetta democrazia.

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