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Nella mattina di sabato 4 aprile, nel Palazzo Arcivescovile, l’arcivescovo ha incontrato i giornalisti e gli operatori della comunicazione in occasione della Pasqua.
Dopo le parole introduttive e di saluto del direttore dell’ufficio diocesano per le comunicazioni sociali, l’arcivescovo ha indirizzato il suo messaggio, allargando progressivamente il suo sguardo anche alla realtà sociale attuale, afflitta da conflitti, ferita da forme di violenza, imprigionata dentro la morsa della ricerca del potere.
Il suo primo pensiero è stato rivolto al fenomeno del “neo colonialismo” che vede il disordine del potere esercitato su altre nazioni e nei rapporti interpersonali. Di fronte a questa forma di dominio, si impone una domanda: chi è l’altro per me? La risposta – afferma il pastore della Chiesa messinese – non può non essere una scelta di campo a
partire da noi stessi, facendoci reciprocamente carico gli uni degli altri.
La scelta di campo del credente pone Cristo come fermo riferimento. Dinanzi al rischio dello sbandamento, solo uniti a Cristo non si cade nel disorientamento, poiché il suo amore – espresso nella forza dei giorni santi che stiamo vivendo – raggiunge e abita la vita di chi si affida a lui. Da questo amore scaturisce la vita nuova. Il suo amore donato
all’umanità vince, supera e va oltre ogni fragilità.
Un pensiero di affetto paterno alla città, in questo tempo di fermento e preparazione alle scelte che ne determineranno la sua guida. L’arcivescovo richiama l’importanza di servizi efficienti e tempestivi a partire dalle periferie della città. La guida che si assume deve essere improntata al servizio ai cittadini, come più volte ha espresso nella Visita Pastorale condotta nel territorio dell’arcidiocesi. Ha, quindi, espresso la sua solidarietà alle imprese
che stanno vivendo il disagio della precarietà del lavoro dei dipendenti e particolarmente delle famiglie che lo perderanno per chiusura di attività.
Riprendendo l’icona evangelica dei discepoli di Emmaus, ha invitato a mettere dubbi ed inquietudini nel cuore di Cristo, a sentirci sollecitati dal pane spezzato dell’Eucaristia per essere a nostra volta pane spezzato per gli altri, da tradurre concretamente nel portare speranza, nell’essere testimoni di verità, nel costruire pace.
Al termine della secolare processione delle Barette – gli undici gruppi statuari che raffigurano i momenti ultimi della vita terrena di Cristo Gesù – in piazza Duomo l’arcivescovo Giovanni Accolla ha rivolto il suo messaggio.
Ponendo l’accento sull’amore di Dio offerto all’umanità, ha invitato a riflettere a come tradurre la portata di tale amore.
“Solo una cosa voglio dire a fedeli e cittadini, ha detto l’arcivescovo: l’amore non va sequestrato perché altrimenti rischia di diventare un’esperienza peccaminosa. Se viene sequestrato e privatizzato, non viene condiviso, è come se si vanificasse l’amore di Dio per noi. Allora, alla fine di questa processione, quando si sono contemplati i misteri della
passione di nostro Signore, possiamo dire: grazie Gesù, che hai voluto donare la vita per noi. Riempici il cuore perché possiamo donare la nostra vita con uno sguardo di amore, attenzione e servizio verso i fratelli che sono nella sofferenza”.
Sull’esempio di Cristo, ha chiesto che l’amore a noi donato si incarni con gesti concreti, si faccia storia nei luoghi della nostra quotidianità.
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